Il tesoro di Montecassino

20
Ott

La Biblioteca di Montecassino e i tesori danteschi

La nascita della biblioteca di Montecassino è strettamente legata all’istituzione dell’Ordine e al sorgere dell’Abbazia. Lo stesso San Benedetto, nello scrivere la sua Regola, (di per sé un prodotto letterario, il cui manoscritto è stato conservato per secoli nell’Abbazia) affianca alla salmodìa e al lavoro pratico la lettura fra le attività dell’Ordine. Vi si prescriveva, oltretutto, che nel monastero ci fosse una quantità di codici tale da formare una biblioteca e che all’inizio della Quaresima ogni monaco scegliesse un codice da leggere per intero nel periodo di penitenza. Poiché non pochi erano i monaci del monastero, molti dovevano essere i codici in esso custoditi.

Sempre la Regola ci informa che ciascun monaco possedeva tavolette e stilo per scrivere ciò che delle loro letture reputavano di maggior rilevanza.

I libri erano dunque uno degli elementi “materiali” fondanti di un monastero secondo la Regola benedettina, trattati con profondo rispetto, tanto che (come ci informa un documento epistolografico) nel monastero era buona norma l’uso dei manutergii coi quali avvolgere i codici per poterli prendere i mano.

Fin dall’istituzione dell’Ordine (VI secolo d.C.) l’amore per le lettere era dunque un sentimento condiviso fra i monaci e questa dedizione letteraria si diffuse in tutta Europa dal momento in cui i fondatori dei monasteri delle badie affiliate partivano tutti da Cassino.

La biblioteca abbaziale subì gravi perdite durante l’invasione longobarda (577) e quella saracena (883) che costrinsero i monaci a fuggire dal monastero portando al riparo, oltre il manoscritto della Regola solo alcuni fra i manoscritti custoditi nell’Abbazia. A fronte di queste perdite, tra IX e XI secolo si promosse, oltre che un’intensificazione nella produzione manoscritta in sede, anche un richiamo di codici dai monasteri satellite che erano nel frattempo sorti nel territorio europeo, al fine di accrescere il prestigio della biblioteca centrale dell’Ordine.

Con l’umanesimo, si verificò una tendenza contraria che comportò il trasferimento di numerosi codici da Cassino al Vaticano al fine di arricchire la biblioteca pontificia. Una rinascita si ebbe nel Cinquecento col recupero di manoscritti smarriti, nuovi e l’edificazione di una nuova biblioteca più grande e di una vasta aula con una monumentale scaffalatura, modificata nel Seicento (e distrutta nel 1944).

Durante il secondo conflitto mondiale, l’Abbazia venne distrutta dai bombardamenti alleati, ma i fondi dell’archivio e della biblioteca erano stati messi in salvo alcuni mesi prima per poi essere ricollocati nel 1955. Il materiale attualmente consultabile consta di 72.101 volumi, 198 incunaboli, 1.500 codici, 20.000 pergamene, 2.063 cinquecentine, 259 titoli di periodici, materiale e video, e un consistente e vario fondo musicale.
Uno dei codici più preziosi custodito a Montecassino è il codice cassinese della Divina Commedia, poco posteriore alla morte dello stesso Dante. Vi si trova, inoltre un capitolo a cura del figlio del poeta, Jacopo.

Per il sesto centenario di Dante (1865) l’opera fu messa a stampa per i tipi della novella tipografia monastica con tiratura limitata di 219 esemplari. Nei cataloghi del fondo cassinese fatti redigere dai pontefici fra XV e XVII secolo, non v’è traccia del codice dantesco. La prima citazione risale alla seconda metà del XVIII secolo, in un catagolo cassinese. Alla fine del secolo, Giuseppe Di Costanzo, abate di S. Paolo a Roma, promosse un’esamina del codice cui seguì una ipotesi per la quale Dante avrebbe tratto spunto dalla Visione di Alberico di Montecassino (XII secolo). La redazione del manoscritto venne collocata erroneamente al XV secolo.

Le successive indagini filologiche e paleografiche hanno datato lo stesso fra il 1326 ed il 1378 facendone uno dei più antichi manoscritti danteschi dopo il Manoscritto Landiano (1336 circa), il codex vetustissimus della Commedia.

Luca Chapelle